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Etruschi

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Disambiguazione – "Rasna" rimanda qui. Se stai cercando il comune della Repubblica Ceca, vedi Řásná.
Etruschi
Rasenna
𐌓𐌀𐌔𐌄𐌍𐌍𐌀
Cartina con i maggiori centri etruschi, l'Etruria padana e l'Etruria campana
 
SottogruppiEtruria (Etruria settentrionale, Etruria interna, Etruria meridionale), Etruria padana, Etruria campana.
Luogo d'origineterritori della fase villanoviana
Periododal X secolo a.C. al I secolo a.C. (950–27 a.C.)
PopolazioneEtruschi
LinguaEtrusco
ReligioneReligione etrusca
Distribuzione
ItaliaEtruschi
«È in verità impressionante il constatare che, per due volte nel VII secolo a.C. e nel XV d.C., pressoché la stessa regione dell'Italia centrale, l'Etruria antica e la Toscana moderna, sia stata il focolaio determinante della civiltà italiana.»

Gli Etruschi (in etrusco: 𐌀𐌍𐌍𐌄𐌔𐌀𐌓 ràsenna, 𐌀𐌍𐌔𐌀𐌓 rasna, oppure 𐌀𐌍𐌑𐌀𐌓 raśna) sono stati un popolo dell'Italia antica vissuto tra il IX secolo a.C. e il I secolo a.C. in una zona denominata Etruria, corrispondente all'incirca alla Toscana, all'Umbria occidentale e al Lazio settentrionale e centrale, con propaggini anche a nord nella zona padana, nelle attuali Emilia-Romagna, Lombardia sud-orientale e Veneto meridionale, all'isola della Corsica, e a sud, in alcune aree della Campania.

La fase più antica della civiltà etrusca è la cultura villanoviana, attestata a partire dal X secolo a.C.,[1][2][3][4][5] che deriva, a sua volta, dalla cultura protovillanoviana (XII - X secolo a.C.). Sull'origine e la provenienza degli Etruschi è fiorita una notevole letteratura; tuttavia il consenso tra gli studiosi moderni è che gli Etruschi fossero una popolazione autoctona.[6]
La civiltà etrusca ha avuto una profonda influenza sulla civiltà romana, fondendosi successivamente con essa al termine del I secolo a.C. Questo lungo processo di assimilazione culturale ebbe inizio con la data tradizionale della conquista della città etrusca di Veio da parte dei Romani nel 396 a.C.[N 1][7] e terminò nel 27 a.C., primo anno del principato di Ottaviano, con il conferimento del titolo di Augusto.

Lo stesso argomento in dettaglio: Tirreni.

Nella propria lingua gli Etruschi si designavano come Rasenna o, nella forma sincopata documentata nelle iscrizioni a partire dal V secolo a.C., Rasna (con la variante Raśna).[8] La forma Rasenna è trasmessa da Dionigi di Alicarnasso, che la collega al nome di un condottiero eponimo.[9][N 2] Nelle iscrizioni la forma rasna ricorre in contesti per lo più politico-istituzionali, come nei sintagmi tular rasnal ("confine del popolo") e meχl rasnal ("comunità del popolo"), a documentarne l'uso come nome collettivo.[10] Massimo Pallottino ha ipotizzato che rasna equivalga al latino populus;[11] Helmut Rix ha proposto di riconoscere nel sintagma meχ rasnal l'equivalente etrusco del latino res publica, con rasna nel senso di "popolo" (nell'accezione originaria, la sfera dei portatori d'armi).[12] L'etimologia ultima della parola resta comunque incerta.

I Greci designavano gli Etruschi come Tyrrhēnoí (attico Τυρρηνοί), Tyrsēnoí (ionico Τυρσηνοί) o Tyrsānoí (dorico Τυρσανοί): dalla forma attica derivarono il latino Tyrrheni e Tyrrhenia, e quindi l'italiano "Tirreni".[13] In latino gli Etruschi erano chiamati Tusci o Etrusci (da cui "Etruschi" ed "Etruria"). Tutte queste denominazioni poggiano sulla radice turs-; le forme latino-italiche presentano un ampliamento in -k- (*tursko-), attestato in umbro nelle Tavole eugubine (turskum nomen, "il nome etrusco") e alla base del latino Tusci.[14][N 3] L'origine dell'etnonimo resta incerta, ma è opinione prevalente che il nome sia stato dato agli Etruschi dai Greci e si sia formato in ambito egeo.[15][16][N 4] Si tratterebbe dunque di un nome attribuito agli Etruschi da altri popoli, distinto dall'autonimo Rasna.[16]

Un'ipotesi etimologica antica e di lunga fortuna, già accennata da Dionigi di Alicarnasso e ripresa in tempi recenti da Giuliano e Larissa Bonfante, connette la radice turs- al greco τύρσις ("torre", a sua volta ritenuto prestito da una lingua mediterranea preindoeuropea), interpretando i Tusci come "costruttori di torri"; si tratta però di un accostamento privo di riscontri fonetici regolari, che lascia scettica buona parte della linguistica storica attuale.[N 5]

La più antica menzione letteraria dei Tirreni si trova in Esiodo (Teogonia, vv. 1011-1016).[15][N 6] La più antica attestazione del nome è però di tipo indiretto: secondo la maggior parte degli studiosi essa è offerta dal gentilizio Tursikina, inciso sulla fibula aurea di Castelluccio di Pienza, nel territorio di Chiusi.[14][18] Il gentilizio riflette la radice turs- dell'etnonimo e presuppone un antenato del proprietario che, soggiornando a lungo fuori dall'Etruria, era stato designato con il nome che le popolazioni vicine usavano per gli Etruschi.[18][N 7] La fibula, in passato datata all'ultimo quarto del VII secolo a.C., è stata successivamente assegnata da Adriano Maggiani al secondo quarto dello stesso secolo.[16][19]

Necropoli del Crocifisso del Tufo, Orvieto
Lo stesso argomento in dettaglio: Ipotesi sull'origine degli Etruschi.
«In realtà, una volta strappata la maschera orientalizzante che li travestiva, (gli Etruschi) sono gli Italici di ieri e di oggi che ci appaiono in una impressione di allucinante consanguineità.»

Sull'origine e la provenienza degli Etruschi è fiorita una notevole letteratura, non solo storica e archeologica. Le notizie che ci provengono da fonti storiche, a partire dal V secolo a.C., ovvero 500 anni dopo le prime manifestazioni in Italia della civiltà etrusca, sono infatti piuttosto discordanti, cosa che dimostra come sull'argomento non vi fosse tra i Greci un'identità di visioni.[20][21] Considerate le strette relazioni commerciali e culturali tra Greci ed Etruschi è verosimile ritenere che gli stessi Etruschi non possedessero una propria tradizione su un'eventuale provenienza da altre aree del Mediterraneo o d'Europa; se tale tradizione fosse esistita, gli storici latini e greci l'avrebbero certamente riferita.

Nell'antichità furono elaborate diverse tesi, riassumibili in tre filoni principali: il primo che sostiene la provenienza orientale dal Mar Egeo, Tessaglia in Grecia o Lidia in Anatolia, riportata da Ellanico di Lesbo ed Erodoto,[22][23] storici greci vissuti nel V secolo a.C.; il secondo che sostiene l'autoctonia degli Etruschi elaborata dallo storico greco Dionigi di Alicarnasso vissuto nel I secolo a.C.,[24] e il terzo che sostiene la provenienza settentrionale elaborata sulla base di un passo di Tito Livio che mette in collegamento gli Etruschi con le popolazioni alpine, in particolare i Reti.[25]

La Necropoli di Populonia.

L'archeologo Massimo Pallottino, riprendendo idee già sviluppate da studiosi delle generazioni precedenti, tra cui Bartolomeo Nogara,[6] nell'introduzione del suo manuale Etruscologia, pubblicato per la prima volta nel 1942, e poi nel volume L'origine degli Etruschi, del 1947,[26] fece notare come il problema dell'origine della civiltà etrusca non andasse incentrato sulla provenienza, quanto piuttosto sulla formazione. Pallottino evidenziò come, per la maggior parte dei popoli, non solo dell'antichità ma anche del mondo moderno, si parli sempre di formazione, mentre per gli Etruschi ci si è posti il problema della provenienza. Secondo Pallottino, la civiltà etrusca si formò in un luogo che non poteva che essere quello dell'antica Etruria; alla sua formazione contribuirono indubbiamente elementi autoctoni ed elementi culturali orientali e greci, per via dei contatti di scambio commerciale intrattenuti dagli Etruschi con gli altri popoli del Mediterraneo. Nella civiltà etrusca che andava sviluppandosi, lasciarono quindi la propria impronta i commercianti orientali (si pensi al periodo artistico cosiddetto orientalizzante) e i coloni greci che approdarono nel Meridione d'Italia nell'VIII secolo a.C. (l'alfabeto stesso adottato dagli Etruschi è chiaramente un alfabeto di matrice greca, e l'arte etrusca è influenzata dai modelli artistici dell'arte greca).[27]

Come ha osservato l'etruscologo Enrico Benelli, Pallottino non fu tuttavia un autoctonista in senso stretto: la sua posizione ammetteva, accanto alla base locale predominante, la possibilità del concorso di componenti diverse, compresa una limitata presenza orientale, e respingeva soltanto l'idea di una migrazione di massa dall'Oriente. L'autoctonismo più netto che oggi prevale negli studi è opera della generazione successiva, gli archeologi che hanno ricostruito la preistoria e la protostoria dell'Italia, a partire da Renato Peroni, e poggia non su posizioni di principio ma sull'evidenza materiale restituita dagli scavi.[6] Peroni ha mostrato che tutti i principali centri occupati nel Bronzo recente dell'area medio-tirrenica continuano a esserlo nel Bronzo finale e che le connessioni nella produzione ceramica e metallurgica tra i due periodi sono strettissime, sicché non vi è alcuna traccia di rottura culturale intorno al 1200 a.C.;[28] a suo giudizio la continuità insediativa dell'Etruria può essere fatta risalire ancora più indietro, fino ai gruppi locali della cultura del vaso campaniforme, a partire dal 2300 a.C. circa.[29] Su queste basi vi è oggi consenso tra gli archeologi nel ritenere che i Protoetruschi si siano formati nell'ultima fase dell'età del Bronzo, all'interno della cultura protovillanoviana, e che la successiva cultura villanoviana dell'età del Ferro rappresenti la fase iniziale della civiltà etrusca.[30]

La critica moderna ha inoltre ridimensionato il valore storico delle tradizioni antiche. Dominique Briquel ha mostrato come i racconti sull'origine degli Etruschi, in particolare quello della migrazione dalla Lidia riferito da Erodoto, non siano il ricordo di un evento reale ma costruzioni elaborate in ambiente greco, prive di valore documentario per ricostruire le effettive origini del popolo etrusco.[4]

Sono stati dunque gli studiosi di preistoria e protostoria a chiudere archeologicamente la questione: tutte le evidenze raccolte dall'archeologia preistorica e protostorica, dall'antropologia e dall'etruscologia sono favorevoli a un'origine autoctona degli Etruschi.[6][31][32][33][34][35][36][37] Archeologicamente e linguisticamente non sono state infatti trovate prove di una migrazione dei Lidi o dei Pelasgi in Etruria.[33][34][36][38] Studi recenti di linguistica hanno dimostrato una consistente affinità della lingua etrusca con la lingua retica parlata nelle Alpi.[39]

A confermare il dato archeologico è intervenuta l'archeogenetica. Gli studi genetici delle Università di Ferrara e Firenze, pubblicati nel 2013 e nel 2018, sul DNA mitocondriale di una trentina di campioni etruschi vissuti tra l'VIII secolo a.C. e il III secolo a.C., condotti grazie a tecnologie di nuova generazione di sequenziamento del DNA (NGS), danno ragione alla versione di Dionigi di Alicarnasso: gli Etruschi erano autoctoni.[40][41][42][43][44][45][46] Studi recenti del 2019 e 2021 di archeogenetica, basati sull'analisi del DNA autosomico, del cromosoma Y e del DNA mitocondriale di campioni di oltre 50 individui provenienti dalla Toscana e Lazio settentrionale vissuti tra il 900 a.C. e il 1 a.C., hanno confermato che gli Etruschi erano autoctoni e privi di tracce genetiche riconducibili all'Anatolia e al Mediterraneo orientale dell'età del Bronzo e del Ferro,[47] aggiungendo che gli Etruschi erano simili geneticamente ai Latini del Latium vetus e che entrambi si posizionavano nel novero europeo, a occidente della popolazione odierna dell'Italia settentrionale. Negli Etruschi, come nei Latini, erano presenti percentuali significative della componente ancestrale che deriva dalle popolazioni dell'Eneolitico della steppa pontico-caspica di Russia e Ucraina, considerate progenitori dei popoli di lingua indoeuropea (cultura di Jamna),[48][49][50][51][52] ma secondo i linguisti gli Etruschi parlavano una lingua non indoeuropea, considerata preindoeuropea e paleoeuropea.[53] Il 75% dei campioni di individui maschi etruschi è risultato appartenere all'aplogruppo R1b (R-M269), il più diffuso ancora oggi nella popolazione moderna dell'Europa occidentale, soprattutto R1b-P312 e, più a valle, il suo derivato R1b-U152 con il sottoclade R1b-L2, arrivati in Etruria dall'Europa centrale nell'età del Bronzo (cultura del vaso campaniforme/Bell Beaker). Per quanto riguarda gli aplogruppi del DNA mitocondriale, il più diffuso tra gli Etruschi era largamente H, il più diffuso ancora oggi tra gli europei moderni, seguito da J e T.[50]

Protostoria etrusca
(1200–950 a.C.)[54]
Età del bronzo finale
(1200–950 a.C.)
Protovillanoviano 1200–950 a.C.
Civiltà etrusca
(950–27 a.C.)[55]
Prima età del ferro
(950–720 a.C.)
Villanoviano I 950–830 a.C.
Villanoviano II 830–720 a.C.
Villanoviano III (per l'area bolognese) 720-680 a.C.[56]
Villanoviano IV (per l'area bolognese) 680-540 a.C.[56]
Età orientalizzante
(720–580 a.C.)
Orientalizzante antico 720–680 a.C.
Orientalizzante medio 680–625 a.C.
Orientalizzante recente 625–580 a.C.
Età arcaica
(580–480 a.C.)
Arcaico 580–480 a.C.
Età classica
(480–320 a.C.)
Classico 480–320 a.C.
Età ellenistica
(320–27 a.C.)
Ellenistico 320–27 a.C.

Età villanoviana

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Lo stesso argomento in dettaglio: Cultura villanoviana.
«Gli Etruschi stessi facevano risalire l'origine della nazione etrusca a una data corrispondente all'XI o al X sec. a.C.: Varrone (in Cens., Nat., XVII, 5-6 e in Serv., Aen., VIII, 526) riferisce che nei libri rituales risultava che la durata del nomen etrusco non avrebbe superato i dieci secoli; Servio ancora ricorda (Ecl., IX, 46) che, secondo Augusto, gli aruspici ritenevano che nel periodo del suo impero sarebbe iniziato il X sec., quello della fine del popolo etrusco.»
Vaso ossuario in bronzo con elmo risalente al IX secolo a.C., oggi conservato al Museo archeologico nazionale di Firenze.

La cultura villanoviana costituisce la fase più antica della civiltà etrusca, corrispondente alla prima età del ferro (IX-VIII secolo a.C.). Il nome deriva dalla località di Villanova, presso Bologna, dove nel 1853 il conte Giovanni Gozzadini mise in luce un sepolcreto caratterizzato da tombe a incinerazione con ossuario biconico d'impasto, in molti casi coperto da una scodella o, per le sepolture di rango militare, da un elmo.[58] Più che a un popolo, il termine «villanoviano» rimanda a un insieme coerente di consuetudini funerarie e materiali, in larga parte in continuità con la precedente fase protovillanoviana del Bronzo finale, con la quale condivide in particolare il rito dell'incinerazione.[58]

Urna cineraria con coperchio rinvenuta a Chiusi, risalente ai secoli IX-VII a.C.

Il tratto che meglio definisce questa fase è quella che gli studiosi hanno chiamato «rivoluzione villanoviana»: l'abbandono dei piccoli villaggi sparsi su altopiani di difficile accesso, tipici del periodo precedente e scelti con priorità difensiva, e la concentrazione della popolazione su ampi pianori, più adatti allo sfruttamento agricolo e al controllo delle vie di comunicazione.[59] Questi pianori, che potevano raggiungere un'estensione di circa 180 ettari e governare un territorio di alcune centinaia di chilometri quadrati, corrispondono ai siti delle future grandi città etrusche: il caso meglio studiato è quello di Tarquinia (il pianoro della Civita, con insediamenti satelliti sulle alture limitrofe), accanto a Vulci, Veio (dove il complesso di Piazza d'Armi si inserisce in un pianoro articolato in più contrade), Cerveteri, Vetulonia e Populonia. Il fenomeno interessò anche centri periferici come Pontecagnano, Fermo e Verucchio.[59] Tale processo di accentramento è all'origine della formazione dei centri protourbani da cui sarebbero nate le città etrusche.[59]

Sul piano economico la cultura villanoviana poggiò in misura rilevante sullo sfruttamento delle ingenti risorse minerarie dell'Etruria - in particolare le Colline Metallifere e il giacimento di ferro dell'Isola d'Elba - e sui traffici a media e lunga distanza che ne derivarono, attestati dalla circolazione di manufatti tra le comunità tirreniche, laziali, campane e dalla precoce comparsa di oggetti di provenienza mediterranea orientale.[60]

I primi insediamenti etruschi

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La nuova forma di insediamento su pianori e colline rispondeva a esigenze prettamente economiche, legate a un più razionale sfruttamento delle risorse agricole e minerarie e alla scelta di posizioni prossime a vie di comunicazione naturali e ad approdi fluviali, lacustri e marittimi.[59] Dagli scavi il territorio appare organizzato in vasti comprensori articolati in gruppi di villaggi ravvicinati ma dotati di necropoli distinte, oggetto di studio in particolare da parte di Gilda Bartoloni e Giovanni Colonna.

Le abitazioni, realizzate con materiali deperibili, sono ricostruibili attraverso un numero limitato di tracce di fondazione (buche per pali, canalette) e attraverso le urne a capanna che ne riproducono in miniatura l'aspetto. Le capanne, di pianta ellittica, circolare, rettangolare o quadrata e di dimensioni variabili, erano sorrette da pali ed erano spesso dotate di un focolare centrale, di una porta sul lato breve e di aperture sul tetto per l'uscita del fumo. All'interno dei villaggi gli spazi vuoti tra le capanne erano probabilmente destinati ad attività agricole; le necropoli si collocavano in aree limitrofe a quelle abitate.

La società villanoviana

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Elmo crestato villanoviano da Tarquinia, VIII sec. a.C., British Museum

La struttura sociale delle comunità villanoviane si ricostruisce soprattutto a partire dai corredi funerari, considerati dagli studiosi una fonte primaria per l'analisi sociologica delle comunità protostoriche.[61] Gli oggetti del corredo consentono di norma di riconoscere il sesso del defunto: le deposizioni maschili sono contraddistinte da rasoi, fibule e, talora, armi - con l'occasionale copertura dell'ossuario mediante un elmo a indicarne la qualità di guerriero - mentre quelle femminili lo sono da ornamenti, fibule, fusaiole, rocchetti, fusi e conocchie.[61] Le sepolture, prevalentemente a incinerazione e di tipo a pozzetto o a fossa con varianti locali, riflettono una stratificazione sociale articolata su assi orizzontali (sesso, età) e verticali (status, rango).[61] I corredi del villanoviano più antico (IX secolo a.C.) sono in genere semplici e tendenzialmente omogenei, tanto da far ipotizzare una società ancora poco differenziata; va però tenuto presente che la sobrietà dei corredi può riflettere scelte ideologiche e rituali, e non necessariamente la reale struttura della comunità.[61] Non mancano comunque, già in questa fase, segnali di distinzione: a Tarquinia, nella necropoli di Poggio Selciatello, alcune deposizioni si segnalano per la qualità del corredo, e in varie sepolture maschili (a Bologna, Tarquinia, Cerveteri, Veio) sono state rinvenute verghe interpretate come «scettri», cioè come attributi di prestigio e di funzione.[61]

A partire dai decenni centrali dell'VIII secolo a.C. si colgono i segni di una crescente differenziazione sociale, premessa alla formazione delle aristocrazie.[62] Emergono deposizioni di rango, maschili e femminili, caratterizzate da corredi più ricchi e da una maggiore quantità e qualità di vasellame e di ornamenti; le tombe maschili più prestigiose presentano vere e proprie panoplie (elmi, scudi, spade, lance) e oggetti come le fibule «a drago» d'argento con filigrana d'oro, che preannunciano le sfarzose sepolture «principesche» dell'orientalizzante.[62] La gestione degli scambi con il Mediterraneo orientale appare prerogativa proprio di queste figure maschili connotate come guerrieri.[61] Le tombe a camera con più deposizioni (Populonia) e le tombe a circolo di pietre (Vetulonia) mettono in rilievo, accanto all'individuo, la famiglia e i gruppi parentali, identificabili per l'occupazione di settori distinti delle necropoli.[62]

In questa stessa fase, accanto al rito dell'incinerazione si afferma progressivamente quello dell'inumazione, che in Etruria diviene prevalente dalla fine dell'VIII secolo a.C., pur con la persistenza, specie nell'Etruria settentrionale, della cremazione; l'opposizione fra i due riti non è meramente formale ma coinvolge l'intera concezione del rapporto fra il defunto e il divino.[61]

Presenza etrusca a nord e a sud dell'Etruria tirrenica

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Lo stesso argomento in dettaglio: Etruria padana ed Etruria campana.

Gli Etruschi erano presenti, oltre che nell'Etruria tirrenica, anche nella Pianura Padana e in alcune aree della Campania, ma le due presenze rispondono a dinamiche storiche opposte. Per l'area padana la documentazione archeologica ha smentito il modello, fondato su una lettura letterale di Livio (V, 33), di una colonizzazione tardiva diffusasi dall'Etruria tirrenica al di là dell'Appennino: l'Etruria tirrenica e quella padana si formano in modo sostanzialmente simultaneo già dalle fasi iniziali dell'età del ferro, con un villanoviano «padano» di avvio pressoché sincrono rispetto a quello tirrenico e con centri protourbani, su tutti Felsina (Bologna), che Plinio il Vecchio ricorda come princeps Etruriae, attestati fin dal IX secolo a.C.[63][64][65] L'ipotesi di un apporto migratorio dall'esterno è perciò oggi fortemente ridimensionata: protagonisti del processo di formazione furono gli stessi Etruschi padani.[66] Altri centri importanti dell'Etruria padana furono Verucchio, Spina, Adria, Mantova e il Forcello.

Per la Etruria campana resta invece condiviso il modello della colonizzazione: a partire dal IX secolo a.C. gruppi di Etruschi provenienti dal Lazio, e forse da alcune località dell'Umbria, si insediarono stabilmente in Campania, particolarmente attorno ai centri di Capua e Pontecagnano, dove la civiltà etrusca del VII-VI secolo a.C. avrebbe poi dato ai villaggi villanoviani un assetto urbano e una più articolata organizzazione sociale. In Campania, dunque, a differenza dell'area padana, gli Etruschi giunsero dall'esterno.

Espansione marittima

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Lo stesso argomento in dettaglio: Navigazione etrusca.
Nave raffigurata sulla parete della Tomba della Nave, V secolo a.C., a Tarquinia, Lazio

La fase di massima proiezione marittima etrusca si colloca tra la fine del periodo orientalizzante e l'età arcaica, quando le città costiere tirreniche raggiunsero il loro apogeo. La tradizione greca e latina conservò a lungo la memoria di un dominio etrusco sul mare: il mar Tirreno prese nome dai Tirreni non perché ne bagnasse le coste, ma perché vi avevano esercitato una talassocrazia durevole,[67] e analogamente il mare «superiore» fu detto Adriatico da Adria, Tuscorum colonia, come ricordava Livio.[67] Si trattò però di un fenomeno plurale, fatto delle imprese delle singole città-stato tirreniche e dei centri adriatici di Adria e Spina, non di un'immaginaria nazione etrusca unitaria: i movimenti di uomini e merci nel Mediterraneo vanno riferiti alle singole città, soprattutto a quelle costiere, e analizzati in termini geografici più che etnici.[68] A differenza di Greci e Fenici, inoltre, gli Etruschi non fondarono colonie lungo le coste del Mediterraneo, salvo poche eccezioni.[68] Significativamente, il loro nome non compare neppure nella lista delle talassocrazie tramandata da Eusebio e ripresa da Diodoro.[67]

Espressione di questo dominio del mare fu lo scontro navale combattuto poco dopo la metà del VI secolo a.C. nelle acque del mare Sardo (intorno al 540 a.C.), quando una coalizione etrusca, alleata con Cartagine, affrontò i Focei stanziatisi ad Alalia, in Corsica. Lo scontro fu provocato dall'arrivo di nuovi profughi focei in fuga dalla conquista persiana dell'Asia Minore e dalle loro scorrerie, che avevano rotto gli equilibri tirrenici.[68] Secondo Erodoto, i prigionieri focei toccati in sorte agli abitanti di Caere furono da questi lapidati.[69] L'esito allontanò i Focei dalla Corsica, che entrò nell'orbita etrusca, e fissò linee di demarcazione abbastanza definite: gli Etruschi controllavano la Corsica, i Cartaginesi la Sardegna, i Greci d'Oriente l'alto e il basso Tirreno.[68] In questi anni la politica filo-cartaginese di Caere è documentata dalle lamine di Pyrgi, dedica congiunta a Uni-Astarte che suggella un accordo commerciale, e dalle tesserae hospitales con nomi punici incisi in etrusco.[68]

Nel corso del V secolo a.C. l'iniziativa marittima etrusca trovò un limite crescente nella potenza dei Greci di Sicilia. Dopo la sconfitta cartaginese a Imera (480 a.C.), la flotta etrusca fu battuta dai Siracusani di Gerone I nella battaglia di Cuma del 474 a.C., vittoria celebrata con la dedica di elmi etruschi a Olimpia, e di nuovo presso l'isola d'Elba nel 453 a.C.[68] I Siracusani bloccarono allora i porti dell'Etruria meridionale e fondarono una colonia sulla costa orientale della Corsica per controllare il Tirreno centrale.[68] Questi rovesci non segnarono però la fine della proiezione marittima etrusca, ma ne ridisegnarono la geografia interna: dopo Cuma, accanto a Caere, cui la tradizione attribuisce il ruolo principale, emersero a vario titolo Vulci e Tarquinia, che sul finire del secolo sembra assumere una guida sul mare, fino alla spedizione condotta a fianco degli Ateniesi contro Siracusa nel 413 a.C.[67] Intanto, mentre i porti tirrenici entravano in crisi, prosperava il commercio adriatico imperniato su Adria e Spina, approdo di grandi quantità di vasi greci e sbocco del grano padano.[68]

Nel IV secolo a.C. Dionisio I colpì ulteriormente gli interessi etruschi, saccheggiando nel 384 a.C. il santuario portuale di Pyrgi con il pretesto di liberare il Tirreno dai pirati etruschi,[68] e ne insidiò le posizioni nell'alto Adriatico con la fondazione di colonie (Ancona, Adria, Issa).[68] A questo dominio del mare si accompagnò infatti, come suo rovescio, la pirateria: i lestéria dei Tirreni sono uno dei topoi ricorrenti della tradizione greca e latina,[67] e nella stessa chiave fu letto il mito del rapimento di Dioniso da parte di pirati tirreni, allusione al tentativo etrusco, fallito, di sottrarre ai Greci il controllo del commercio del vino.[68]

Gli Etruschi fuori d'Etruria

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Vista del sito archeologico di Lattara (Lattes) in Linguadoca-Rossiglione, nella Francia sud-occidentale.

Gli studi distinguono la mobilità geografica di individui e piccoli gruppi provenienti dall'Etruria, rivelata da fonti letterarie, iscrizioni e manufatti significativi come gli ornamenti personali, dalla semplice circolazione commerciale di oggetti etruschi, documentata dal record archeologico complessivo.[70] La documentazione copre un lungo arco di tempo, dalla prima età del Ferro al V secolo a.C., e interessa la penisola italica, il Mediterraneo occidentale e orientale e l'Europa centrale.[71]

Già nella prima età del Ferro sono attestati casi di mobilità individuale: un guerriero proveniente con ogni probabilità da Veio fu sepolto verso la metà dell'VIII secolo a.C. nella necropoli latina di Osteria dell'Osa, presso Gabii, mentre lo stanziamento di cultura villanoviana del X-IX secolo a.C. scoperto sullo Spalmatore di Terra, presso l'isola di Tavolara in Sardegna, e la sepoltura di una donna di provenienza sarda nella tomba dei Bronzetti sardi a Vulci documentano relazioni stabili e bidirezionali tra Etruria meridionale e Sardegna.[72] I manufatti etruschi e italici di quest'epoca rinvenuti nei santuari greci, come Olimpia e Samo, si ritiene riflettano invece per lo più dediche di Greci di ritorno dall'Italia, non una vera mobilità etrusca verso l'Egeo.[73]

Dalla fine dell'VIII secolo a.C. le iscrizioni costituiscono il tracciante più efficace della presenza di individui etruschi fuori d'Etruria: oltre che in numerose località della penisola italiana, iscrizioni etrusche sono state rinvenute nel Mediterraneo occidentale a Lattes, Pech-Maho e Marsiglia in Francia, a Ampurias in Catalogna e a La Fonteta, presso Alicante nella Comunità Valenciana a sud della Spagna, a Mozia in Sicilia, in Nord Africa a Cartagine, Gouraya e Uadi Milian, anche se quest'ultime risalenti alla Romanizzazione.[74] In età arcaica scavi sistematici hanno accertato la presenza stanziale di Etruschi a Genova, Marsiglia e Lattes già dagli anni finali del VII secolo a.C.[75] Il traffico verso la Provenza e la Linguadoca, incentrato sul vino e sul relativo vasellame (anfore da trasporto, buccheri, bacili bronzei), fu controllato dapprima da Vulci e poi da Caere, e raggiunse oltre un centinaio di località costiere e dell'entroterra.[76] La frequentazione etrusca del Mediterraneo nord-occidentale non portò tuttavia alla fondazione di colonie: gli Etruschi operarono attraverso fondaci e scali negoziati in porti controllati da indigeni o da Greci, secondo un modello commerciale distinto sia da quello coloniale greco sia da quello fenicio.[77]

Nel Mediterraneo orientale personaggi etruschi di alto rango parteciparono al circuito delle dediche votive nei santuari greci: Pausania ricorda il trono dedicato a Zeus a Olimpia da Arimnestos (Arimno), «re dei Tirreni» e primo tra i barbari a offrire un dono nel santuario, episodio riferibile forse ancora al VII secolo a.C.[78] Il caso più significativo è la costruzione di due thesauroi nel santuario di Apollo a Delfi da parte delle comunità etrusche di Caere (seconda metà del VI secolo a.C.) e di Spina (dopo il 475 a.C.), privilegio mai concesso ad altre città non greche e probabilmente legato all'elaborazione delle leggende sulle origini pelasgiche delle due città.[79]

In Europa centrale la circolazione di fibule bronzee, specie femminili, documenta tra VIII e VII secolo a.C. la presenza di persone provenienti dall'Italia centrale tirrenica, mentre nel VI e V secolo a.C. si intensificò l'arrivo di vasellame bronzeo da banchetto, in particolare le oinochoai a becco allungato (Schnabelkannen) di produzione vulcente, attestate in oltre cento esemplari a nord delle Alpi.[80] Bronzi etruschi raggiunsero i siti principeschi della Heuneburg, dove una matrice fittile per applique rivela l'attività di un artigiano italico, del Mont Lassois-Vix e di Bourges, e in casi eccezionali la facciata atlantica, come a Huelva e a La Algaida in Spagna e a Barzan sulla costa francese.[81]

Gli Etruschi e i Greci

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Lo stesso argomento in dettaglio: Mitologia etrusca e Periodo orientalizzante.
Il Vaso François, cratere attico a figure nere firmato da Kleitias ed Ergotimos (570 a.C. circa), rinvenuto in una tomba etrusca presso Chiusi. Museo archeologico nazionale di Firenze

Il rapporto con il mondo greco fu uno dei fattori decisivi della civiltà etrusca. I primi contatti risalgono alla metà dell'VIII secolo a.C., con l'arrivo in Etruria delle prime ceramiche euboiche, probabilmente redistribuite attraverso gli empori campani di Pithecusa e Cuma: vasi destinati al consumo del vino, giunti verosimilmente insieme al vino stesso e alla pratica del simposio con la relativa ideologia aristocratica.[68] Fra la fine dell'VIII e l'inizio del VII secolo a.C. dalla Grecia giunse anche l'alfabeto, adattato poi alla lingua etrusca, in quella che fu una vera e propria rivoluzione culturale.[68]

Il legame si fece più intenso nella fase detta «orientalizzante» (fine VIII-VII secolo a.C.), seguita, in analogia con le partizioni della storia greca, dalle fasi «arcaica», «classica» ed «ellenistica». In questo periodo le aristocrazie etrusche, in un momento di forte apertura agli scambi, adottarono beni di prestigio, modelli e costumi di ascendenza greca e vicino-orientale.[82] I contatti passarono soprattutto attraverso le colonie greche della Magna Grecia e della Sicilia, ma non mancarono rapporti diretti: la tradizione ricorda il trasferimento a Tarquinia del corinzio Demarato intorno alla metà del VII secolo, accompagnato da artigiani, e diversi vasai e pittori greci impiantarono botteghe nelle città etrusche, come Aristonothos a Caere.[68]

Il controllo del commercio greco verso l'Etruria passò nel tempo dagli Euboici ai Corinzi e ai Greci d'Oriente, e nel VI secolo a.C. l'Etruria divenne il mercato privilegiato della ceramica attica, prima a figure nere e poi a figure rosse, in larga parte vasellame per il vino.[68] La ceramica fu così oggetto sia di importazioni dirette sia di produzioni locali che recepivano tecniche e repertori greci. Il rapporto fu peraltro reciproco: prodotti etruschi, soprattutto bronzi e bucchero, furono dedicati nei grandi santuari panellenici di Olimpia e Samo e diffusi in tutto il Mediterraneo.[68] Non sempre è possibile stabilire se tali offerte fossero dedicate da Etruschi che frequentavano direttamente i santuari greci o da Greci che le avevano acquistate in Etruria; un segno di presenza più stabile è però la costruzione, da parte di Caere e di Spina, di un proprio tesoro (thesauros) nel santuario di Delfi, al pari delle città greche.[68]

Gli scambi investirono anche la sfera religiosa: in età arcaica le maggiori divinità etrusche furono progressivamente identificate con quelle greche (Tinia con Zeus, Uni con Era, Aita con Ade). Tali corrispondenze, tuttavia, vanno intese come comparazioni e reinterpretazioni e non come equivalenze, poiché raramente una divinità etrusca coincide esattamente con la corrispondente greca (vedi la sezione Religione).[82]

Gli Etruschi e la civiltà nuragica

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Lo stesso argomento in dettaglio: Civiltà nuragica.
Navicella nuragica dalla tomba del Duce di Vetulonia, museo archeologico nazionale di Firenze
Veduta dell'isolotto di Tavolara

I rapporti tra la Sardegna nuragica e l'Etruria risalgono alle fasi più antiche della civiltà etrusca: affondano le radici nei contatti marittimi che, fra la fine dell'età del bronzo e la prima età del ferro, collegavano i grandi distretti minerari del Mar Tirreno. La tradizione antica ne conservava un ricordo nella leggenda della fondazione di Populonia da parte dei Corsi (Servio, ad Aen., X, 172) e nelle notizie su incursioni di pirati sardi lungo le coste toscane e sulla presenza di Tirreni in Sardegna.[83]

Sul piano archeologico, quasi tutto il materiale nuragico rinvenuto nella penisola proviene da territori che sarebbero divenuti etruschi, con una netta concentrazione nei distretti minerari settentrionali di Vetulonia e Populonia e attestazioni minori nell'Etruria meridionale (a Tarquinia) e a Pontecagnano. Si tratta di ornamenti (bottoni, spilloni), di manufatti a forte valore simbolico (pendenti, navicelle votive, figurine), di armi, strumenti, brocche askoidi e vasellame bronzeo. La metallurgia del bronzo costituì il principale trait d'union fra le due sponde, e i rapporti privilegiati tra le genti sarde, in particolare quelle del distretto algherese, e l'Etruria settentrionale si fondarono su comuni interessi nello sfruttamento minerario, nella metallurgia e nelle imprese marittime.[84]

L'apice dei contatti, il cosiddetto periodo dei rapporti «sardo-villanoviani», si colloca nella transizione fra il Villanoviano I e II, tra la fine del IX e la prima metà dell'VIII secolo a.C. In questa fase numerose categorie di bronzi nuragici giunsero sulla penisola e i loro modelli furono imitati dalla metallurgia locale, soprattutto in oggetti minuti come bottoni e faretrine; un fenomeno analogo interessò le brocche askoidi, accolte nel repertorio villanoviano e in parte prodotte localmente, come hanno mostrato le analisi mineralogiche sugli esemplari di Vetulonia.[84][85] A riprova della bidirezionalità degli scambi, le fibule peninsulari, estranee al costume nuragico, conobbero in questa fase una breve ma intensa diffusione sull'isola; alla stessa rete appartiene il rinvenimento, sull'isolotto di Tavolara, della prima ceramica villanoviana documentata in Sardegna, riferita dalle analisi a centri dell'Etruria sia settentrionale sia meridionale.[85][86]

Gli studi recenti mettono però in guardia da letture semplificate. La presenza di bronzi nuragici nelle tombe villanoviane non implica una loro fabbricazione indiscriminata sull'isola, acquistata come merce qualsiasi: la riproduzione di oggetti dal forte valore simbolico e la loro deposizione in contesto funerario, anziché nei santuari come avveniva in Sardegna, presuppongono la condivisione di un retroterra culturale comune; la frequente associazione di oggetti nuragici a sepolture femminili, come nella «Tomba dei bronzetti sardi» di Cavalupo a Vulci, ha fatto avanzare l'ipotesi di matrimoni misti fra le due sponde.[84]

Questi rapporti privilegiati si interruppero nel corso dell'VIII secolo, quando lo stanziamento fenicio in Sardegna e quello euboico sulla penisola inserirono l'Etruria settentrionale nel più ampio circuito mediterraneo. La deposizione di oggetti nuragici di prestigio in contesti più tardi non riflette dunque scambi ancora in corso, ma il loro valore ideologico ormai consolidato: è il caso della spada tipo Monte Sa Idda e della navicella deposte, entro un rituale di fondazione, nel ripostiglio di Falda della Guardiola a Populonia (terzo quarto dell'VIII secolo), e soprattutto delle navicelle scelte per le maggiori sepolture orientalizzanti di Vetulonia attorno alla metà del VII secolo a.C., come nella Tomba delle Tre Navicelle e nella Tomba del Duce, quando ormai la loro produzione in Sardegna era cessata. In piena età orientalizzante, ribadire il legame con la tradizione nuragica era divenuto un fattore di affermazione dello status del princeps.[84]

Con lo stanziamento fenicio i rapporti proseguirono su basi nuove: fra l'VIII e il VI secolo a.C. la Sardegna ormai fenicia smistò verso l'Etruria, attraverso i propri porti, prodotti del mondo coloniale e orientale (fra cui oggetti di pregio in avorio e metalli preziosi, che contribuirono al linguaggio figurativo e all'ideologia del potere dei principes etruschi), mentre in senso inverso giunsero in Sardegna soprattutto manufatti legati al banchetto e al simposio (anfore vinarie, vasellame, bucchero).[87] Gli equilibri mutarono di nuovo nella seconda metà del VI secolo a.C., quando Cartagine prese il controllo della Sardegna e si alleò con Caere in funzione anti-focea: la battaglia del mare Sardo (intorno al 540 a.C.) costrinse i Focei ad abbandonare la Corsica, passata sotto l'egemonia etrusca, mentre la Sardegna divenne cartaginese.[87] In età punica gli scambi con l'Etruria, pur ridotti, non cessarono, come documentano vasellame da simposio, anfore vinarie etrusche rinvenute lungo le coste sarde e i piatti tipo Genucilia prodotti a Falerii e Caere. Vi si lega forse il nome degli Aesaronenses, popolo della costa orientale dell'isola ricordato da Tolomeo e ricondotto all'area etrusca, da mettere in relazione con il tentativo di colonizzazione etrusco-romana di quella costa nel IV secolo a.C. Ogni rapporto si chiuse con la conquista romana della Sardegna, nel 238 a.C.[87]

Gli Etruschi e la Sardegna fenicia e punica

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Necropoli punica di Tuvixeddu, Cagliari

Dopo la fase dei contatti con il mondo nuragico, il rapporto fra l'Etruria e la Sardegna proseguì con i Fenici stanziatisi sull'isola e, più tardi, con la Sardegna divenuta cartaginese. I Fenici, grandi navigatori del Mediterraneo arcaico interessati soprattutto ai metalli, furono i partner commerciali più antichi e a lungo principali dell'Etruria: prima della grande espansione del commercio marittimo etrusco, sul finire del VII secolo a.C., gli scambi nel Tirreno furono caratterizzati da una netta preponderanza dell'attività fenicia.[87] Fin dall'età orientalizzante giunsero così nelle tombe «principesche» d'Etruria coppe, avori e altri oggetti di pregio di manifattura fenicia e cipriota, che contribuirono a formare il linguaggio figurativo e l'ideologia del potere delle aristocrazie locali.[68]

Fra l'VIII e il VI secolo a.C. i prodotti entravano in Etruria dai centri fenici della Sardegna, oltre che dal più ampio mondo coloniale fenicio d'Occidente e d'Oriente; in senso inverso, i prodotti etruschi, in particolare il vasellame da simposio e il vino, raggiungevano la Sardegna attraverso i suoi porti, in prevalenza fenici.[87] Una parte di queste merci poteva tuttavia viaggiare per rotte che non toccavano l'isola, segno che il canale sardo, pur centrale, non era l'unico.[87]

Sul piano politico, il legame con Cartagine si saldò nella seconda metà del VI secolo a.C. in funzione anti-greca, con l'alleanza che condusse alla battaglia del mare Sardo (intorno al 540 a.C.) contro i Focei di Alalia. La politica filo-cartaginese di Caere è documentata da fonti eccezionali: le lamine di Pyrgi, lamine d'oro di fine VI secolo con un testo in etrusco e in fenicio che registra la dedica congiunta a Uni-Astarte da parte del re ceretano Thefarie Velianas, e le tesserae hospitales con nomi punici incisi in caratteri etruschi.[68][88]

Dal tardo VI secolo Cartagine si impadronì progressivamente della Sardegna, occupandone le città fenicie: i rapporti fra l'Etruria e l'isola, divenuta sempre più «punica», continuarono allora in forme in parte simili e in parte diverse, ma ridotti nel volume.[87] In questa fase dalla Sardegna e dal mondo cartaginese giunsero in Etruria oggetti di pregio in avorio e metalli preziosi, mentre vasellame da simposio e anfore vinarie etrusche raggiungevano l'isola e Cartagine stessa, dove però le grandi anfore da trasporto risultano assenti, segno che vi circolava soprattutto vino fenicio. I piatti tipo Genucilia prodotti a Falerii e Caere documentano la persistenza di questi scambi fino al IV secolo a.C.[87] Ogni rapporto si chiuse con la conquista romana della Sardegna, nel 238 a.C.[87]

Gli Etruschi e la Corsica

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Lo stesso argomento in dettaglio: Aleria.
La necropoli preromana di Aleria, nel dipartimento dell'Alta Corsica

La Corsica è separata dalla costa etrusca da un breve tratto di mare, tanto da essere visibile da gran parte del litorale tirrenico settentrionale, e le sue genti ebbero perciò rapporti privilegiati con i territori della futura Etruria fin dall'età del bronzo. Già nel Bronzo medio e recente la produzione ceramica corsa adottò forme e motivi decorativi di tradizione peninsulare (appenninica e di Grotta Nuova), mentre il settore meridionale dell'isola mostrava una comune matrice culturale con la vicina Sardegna nuragica.[89]

Fra il IX e l'VIII secolo a.C. i contatti con l'Etruria medio-tirrenica si rafforzarono, sostenuti da comuni interessi metallurgici e dalla circolazione di manufatti: giunsero in Corsica fibule e asce di tipo etrusco-settentrionale, e la stessa adozione di queste fogge nel costume locale, con le fibule come elemento principale dei corredi funerari corsi della prima età del ferro, testimonia l'intensità del rapporto. Nodo cruciale di questi traffici fu l'arcipelago toscano, il cui ingresso nell'orbita di Populonia assicurò a quest'ultima, insieme a Vetulonia, il ruolo di intermediario privilegiato verso Corsica e Sardegna.[89]

La svolta avvenne intorno al 565 a.C., quando coloni focei fondarono sulla costa orientale dell'isola la città di Aleria (Alalíe). L'arrivo di un secondo e più consistente contingente di profughi focei, sospinti dall'avanzata persiana, e la loro attività di pirateria provocarono la reazione di Etruschi e Cartaginesi: nella battaglia del mare Sardo, intorno al 540 a.C., una lega guidata da Caere affrontò i Focei, che pur vincendo la battaglia («vittoria cadmea») subirono perdite tali da dover abbandonare Aleria.[89] La città passò sotto controllo etrusco e l'episodio consentì agli Etruschi, in particolare a Caere, di dominare il Tirreno per circa un secolo, fino al blocco di Cuma del 474 a.C. La necropoli di Casabianda, ad Aleria, riflette questa fase con tipi tombali e rituali (tombe a camera con dromos, comparsa della cremazione individuale) di chiara impronta etrusca, in netta rottura con la tradizione isolana della sepoltura collettiva; i suoi corredi mostrano stretti legami con Populonia e l'inserimento di Aleria nella koiné del distretto minerario alto- e medio-tirrenico.[89]

Aleria resta tuttavia un caso eccezionale e non paradigmatico: l'influenza etrusca è marcata nella colonia e nelle aree vicine, ma altrove molto più debole. Nell'interno e nel sud dell'isola le comunità, pur in contatto continuo con le aree limitrofe, rimasero saldamente ancorate alle tradizioni locali, anche nel rito funerario dell'inumazione collettiva, fino alla piena età ellenistica.[89]

Gli Etruschi e i Falisci

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Lo stesso argomento in dettaglio: Falisci e Falerii.
Busto di Apollo in terracotta dal tempio dello Scasato di Falerii (310-300 a.C. circa), espressione della coroplastica falisca di tradizione etrusco-italica. Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma

I Falisci, stanziati nell'Ager Faliscus, il bacino del fiume Treja a nord di Roma, parlavano il falisco, una lingua affine al latino, documentata da iscrizioni a partire dal VII secolo a.C. Nonostante questa distinta identità linguistica, essi vissero in stretta simbiosi con il vicino mondo etrusco, di cui condivisero in larga misura cultura materiale, repertori artistici e religiosi.[90]

Il loro centro principale era Falerii (l'odierna Civita Castellana), che dall'inizio del VII secolo a.C. esercitò l'egemonia sul territorio circostante, dove sorgevano centri minori come Narce, Corchiano e Vignanello. Narce in particolare, posta a ridosso del confine, ha restituito tracce di una presenza etrusca tanto marcata da far ipotizzare una comunità etruscofona stabilmente insediata.[90] Confine naturale verso il mondo sabino e umbro era il Tevere, mentre il monte Soratte, sede del culto di Pater Soranus, era luogo sacro e di incontro condiviso da Falisci, Etruschi, Sabini e Capenati.[90]

L'integrazione dei Falisci nell'orbita etrusca è confermata dalla loro partecipazione, accanto alle città etrusche, all'assemblea del santuario federale del Fanum Voltumnae.[91] Proprio per questo legame essi furono coinvolti nei conflitti che opposero l'Etruria a Roma: dopo la caduta di Veio, Falerii fu attaccata insieme a Tarquinia e, dopo alterne vicende e una strenua resistenza, fu conquistata e distrutta da Roma nel 241 a.C.; una nuova Falerii (Falerii Novi) fu allora edificata nella pianura poco a ovest della città in rovina.[90][91]

Gli Etruschi e i Celti

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Lo stesso argomento in dettaglio: Cultura di Golasecca e Celti.
Elmo di tipo Montefortino di produzione etrusca con iscrizione interna, da Canne, IV secolo a.C. Il tipo, di origine celtica, fu adottato da Etruschi e Italici e divenne poi l'elmo standard degli eserciti romani.

I rapporti tra Etruschi e Celti, dalla cultura di Golasecca alle invasioni galliche del IV secolo a.C., si caratterizzarono per scambi commerciali e culturali, conflitti e una significativa integrazione reciproca. La cultura di Golasecca (IX-V secolo a.C.), di matrice proto-celtica e sviluppatasi in Lombardia, Piemonte e Canton Ticino, mantenne intensi contatti pacifici con gli Etruschi del Nord Italia, ad esempio a Felsina (Bologna), Spina e Marzabotto, come attestano ceramiche etrusche e iscrizioni in alfabeto etrusco settentrionale rinvenute in necropoli golasecchiane, tra cui quella di Sesto Calende.

A partire dal V secolo a.C., le migrazioni celtiche culminarono con l’invasione gallica del IV secolo a.C., quando tribù come i Boi, i Cenomani e i Senoni devastarono centri etruschi quali Felsina e Marzabotto. Tuttavia, la convivenza fu frequente: a Felsina, i ritrovamenti dalle necropoli, rivelano una duplice presenza etnica, in cui l'elemento celtico convive con quello etrusco, ciascuno conservando la tipicità dei propri rituali funerari:[92] quello dei Boi prevedeva quasi sempre l'inumazione, con casi sporadici di incinerazione attestati solo dopo la fine del IV secolo a.C.[92]. Sempre durante l'occupazione celtica, i corredi funerari rinvenuti permettono di delineare la presenza di un'élite militare il cui alto status è testimoniato dall'influenza di pratiche simposiache e di cura del corpo di derivazione ellenistica[92]. L'incidenza di questa élite, pari a 1:7, è inferiore a quella riscontrabile nella necropoli di Monte Bibele, dove la componente guerriera incideva per un terzo (1:2)[92]. Ci sono anche esempi di tombe con corredi misti (fibule celtiche accanto a vasi etruschi) indicano fenomeni di integrazione culturale e probabili matrimoni misti; a Spina, la presenza di reperti celtici nelle necropoli suggerisce scambi commerciali e interazioni sociali. Studi archeogenetici recenti (es. Posth et al., 2021) hanno identificato individui con marcatori genetici celtici in sepolture etrusche, a conferma di fenomeni di integrazione biologica oltre che culturale.

La Stele di Busca (II secolo a.C.), rinvenuta presso Cuneo, commemora un Celta acculturato: portava un nome etrusco, aveva vissuto presumibilmente in Etruria tirrenica o padana gran parte della sua vita, tornato nei territori celtici, fu sepolto secondo le usanze etrusche.[93] A Marzabotto, tracce di continuità culturale dopo le distruzioni indicano ulteriori interazioni. Questo sincretismo, evidente nell’arte, nelle pratiche funerarie e nei rapporti sociali, continuò a caratterizzare l’Italia preromana fino alla progressiva romanizzazione (III-II secolo a.C.)

Gli Etruschi e i Veneti

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Lo stesso argomento in dettaglio: Veneti e Civiltà atestina.
La situla Benvenuti da Este (600 a.C. circa), capolavoro dell'arte delle situle della civiltà atestina, i cui modelli figurativi giunsero ai Veneti anche attraverso la mediazione etrusca. Museo nazionale atestino

A nord-est dell'area di espansione etrusca nella valle del Po vivevano i Veneti, portatori della civiltà atestina incentrata su Este: lo stesso Livio, nel descrivere il dominio etrusco «al di là del Po fino alle Alpi», ne eccettua esplicitamente l'angolo abitato dai Veneti (excepto Venetorum angulo), riconoscendoli come popolo distinto e confinante.[94]

I rapporti tra i due popoli furono soprattutto di natura commerciale e culturale. Snodo di questi contatti fu Adria, nel delta del Po, emporio adriatico in cui Etruschi, Greci e Veneti entrarono in relazione già dalla prima metà del VI secolo a.C., e la cui funzione di porto sull'Adriatico sarebbe in seguito passata alla città etrusca di Spina.[95] Attraverso questa rete adriatica e l'asse fluviale del Po transitavano i prodotti - ceramica attica, anfore vinarie greche - che gli Etruschi padani redistribuivano anche verso il mondo transalpino.[96]

Sul piano culturale, il contributo più significativo degli Etruschi padani fu la mediazione della scrittura: acquisito precocemente l'alfabeto, essi si fecero promotori della sua trasmissione alle altre popolazioni dell'Italia settentrionale, a ovest verso i Celti della cultura di Golasecca e a est verso i Veneti della cultura atestina, il cui alfabeto venetico deriva appunto dal modello etrusco.[97] Le relazioni culturali fra Etruschi, Veneti e Celti, insieme ai fenomeni di mobilità individuale che le accompagnarono, sono state oggetto di studi specifici.[93]

Gli Etruschi e i Romani

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Le origini di Roma

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Lo stesso argomento in dettaglio: Fondazione di Roma e Roma quadrata.

Roma sorse lungo il basso corso del Tevere, al margine meridionale del mondo etrusco e in un'area da tempo permeabile agli influssi latini ed etruschi. Nel corso dell'VIII secolo a.C. i villaggi insediati sui colli si aggregarono in un unico centro urbano, secondo un processo di formazione cittadina analogo a quello che interessava nello stesso periodo l'Etruria.[91] La posizione di confine fece sì che Roma intrattenesse fin dall'origine rapporti stretti con le città etrusche, culminati nel VI secolo a.C. nella fase monarchica dei Tarquini.[91]

Vestigia etrusche a Roma: i Tarquini (616-509 a.C.)

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Lo stesso argomento in dettaglio: Tarquini.
Plastico della Roma dei Tarquini presso il museo della Civiltà Romana all'EUR

La tradizione greca e latina ricorda a Roma una serie di re di origine o ascendenza etrusca, le cui figure vanno però lette come tradizione storiografica più che come cronaca documentata. La fondazione di Roma a immediato contatto con il territorio etrusco, e il «secolo dei Tarquini», il VI secolo a.C., produssero una profonda etruschizzazione della città, sullo sfondo della quale sarebbe poi nata la Repubblica: latinizzazione e romanizzazione dell'Etruria ed etruschizzazione di Roma furono aspetti di un unico processo reciproco, durato oltre sette secoli.[91]

Secondo la tradizione, sotto i Tarquini furono intraprese a Roma grandi opere pubbliche, tra cui sistemi fognari, mura e templi. Tarquinio Prisco, nato a Tarquinia con il nome di Lucumone (dal diffuso prenome etrusco Lauchume, che i Romani ritenevano significasse «re»), divenne il quinto re di Roma; la tradizione gli attribuisce il drenaggio e la pavimentazione dell'area del Foro, la realizzazione del Circo Massimo tra Palatino e Aventino e il progetto del grande Tempio di Giove Capitolino, concepito secondo il modello etrusco a tre celle.[88][98]

Particolarmente significativa è la figura del successore, Servio Tullio. Una leggenda etrusca, conservata dall'imperatore etruscofilo Claudio e raffigurata negli affreschi della Tomba François di Vulci, lo identifica con Mastarna (Macstrna), eroe vulcente compagno dei fratelli Vibenna (Aulo e Celio), che sarebbe giunto a Roma con i resti di un esercito privato e ne avrebbe assunto la regalità cambiando nome. Il nome Macstrna, privato del suffisso -na tipico dei gentilizi etruschi, è accostato al latino magister, termine da cui deriva magistratus.[88] La tradizione romana attribuisce a Servio le Mura serviane e la riforma centuriata.[99]

L'ultimo re fu Tarquinio il Superbo, sotto il cui regno la tradizione pone il completamento del Tempio di Giove Capitolino, per il quale furono chiamati artigiani etruschi a realizzare la quadriga acroteriale in terracotta. All'età della monarchia risale anche il Vicus Tuscus, il quartiere etrusco di Roma situato presso il Foro, tra il Palatino e il Tevere, la cui antichità è confermata dalle iscrizioni etrusche rinvenute in città.[100]

Guerre contro i Romani

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Lo stesso argomento in dettaglio: Guerre romano-etrusche.

La battaglia del Cremera

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Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Cremera.

La battaglia del Cremera (intorno al 477 a.C.) è un episodio della prima storia romana, narrato soprattutto da Tito Livio, che oppose Roma alla città etrusca di Veio. Secondo la tradizione, la gens Fabia, che si era assunta da sola l'onere della guerra contro Veio, fu attirata in un'imboscata presso il fiume Cremera, affluente del Tevere, e quasi interamente sterminata. Il racconto, di carattere semileggendario, esalta il sacrificio della gens.

Le guerre tra Roma e Veio

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Lo stesso argomento in dettaglio: Roma e le guerre con Veio.

Veio, la più vicina a Roma fra le grandi città della dodecapoli etrusca, fu a lungo sua rivale, per ragioni in larga parte economiche legate alla contiguità dei territori e al controllo del basso corso del Tevere. Poco più di un secolo dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo, la giovane Repubblica romana passò all'offensiva: Veio cadde nel 396 a.C., secondo Livio dopo un assedio decennale che gli autori antichi paragonarono a quello di Troia.[91] La città fu distrutta, il suo territorio confiscato a vantaggio dell'ager publicus romano e colonizzato, e i superstiti iscritti in quattro nuove tribù urbane, con un forte impulso economico per Roma.[91] Il trattamento riservato a Veio e la percezione della minaccia rappresentata dall'esercito romano provocarono la reazione delle altre città etrusche, dando avvio a oltre un secolo di nuovi conflitti.[91]

Espansione gallica nel nord e centro Italia, 400 a.C. circa

Il declino della potenza etrusca, tradizionalmente letto attraverso la sequenza delle sconfitte militari, è oggi interpretato dagli studiosi soprattutto come una profonda «crisi» del sistema delle città-stato, radicata nelle contraddizioni interne dell'ordine gentilizio e aristocratico e manifestatasi nel crollo della committenza e in forti tensioni sociali.[101] La crisi si manifestò precocemente nell'Etruria meridionale tirrenica, nel Lazio e in Campania già prima della metà del V secolo a.C., aggravata dalla sconfitta navale subita contro i Siracusani nella battaglia di Cuma del 474 a.C.; entro la fine del secolo essa travolse complessivamente il sistema.[101] A queste difficoltà interne si sommarono le pressioni esterne: in Campania l'avanzata dei Sanniti, con la conquista di Capua e di Cuma, l'occupazione della pianura pontina da parte dei Volsci e, nell'Italia settentrionale, l'espansione dei Celti.[101] Nel corso del IV e del III secolo a.C. le città dell'Etruria furono progressivamente assoggettate da Roma.

La scomparsa graduale della civiltà etrusca e la Romanizzazione dell'Etruria

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Rilievo con i popoli etruschi, rilievo marmoreo di età giulio-claudia (metà del I secolo d.C.), conservato nel Museo Gregoriano Profano dei Musei Vaticani (inventario 9942)

La fine della civiltà etrusca non fu un evento brusco ma un lungo processo di assimilazione, un «lungo crepuscolo» che si protrasse per secoli.[102] Dopo la conquista, le città dell'Etruria furono integrate nello Stato romano; la lex Iulia dell'89 a.C. estese la cittadinanza romana a tutta l'Etruria, formalizzandone l'integrazione giuridica. La lingua etrusca continuò a essere scritta fino alla metà del I secolo d.C., mentre la cultura etrusca sopravvisse a lungo all'interno di quella romana, incarnata da grandi famiglie aristocratiche di ascendenza etrusca - i Cilnii di Arezzo, da cui discendeva Mecenate, o i Caecinae di Volterra - e dallo stesso imperatore Claudio, autore di una storia degli Etruschi in venti libri (le Tyrrhenikà, perdute).[102]

Lo stesso argomento in dettaglio: Civiltà romana.

I Romani assorbirono in profondità la cultura religiosa etrusca. L'Etrusca disciplina - e in particolare l'arte degli aruspici: l'esame delle viscere, l'interpretazione dei fulmini e l'osservazione del volo degli uccelli - fu integrata nella religione pubblica romana, dove mantenne un ruolo di primo piano fino alla tarda antichità.[103] Di ascendenza etrusca era anche il tempio di tipo «tuscanico», a tre celle e con ampio pronao, la cui prima grande realizzazione fu il tempio capitolino eretto a Roma sotto i Tarquini. La triade capitolina (Giove, Giunone, Minerva) costituisce però una formulazione propriamente romana e non va retroproiettata sul pantheon etrusco, nel quale Menrva non è presentata come figlia di Tinia e Uni.[104]

La tradizione antica attribuiva inoltre agli Etruschi l'origine di alcuni istituti e simboli della vita pubblica romana, fra cui le insegne del potere e gli ornamenti del trionfo (i fasci, la sella curule, la toga picta); analogamente, i giochi gladiatori sono stati a lungo ricondotti, in quanto in origine connessi al rito funerario, a un'origine etrusca, attribuzione oggi però discussa dagli studiosi.

Lo stesso argomento in dettaglio: Società etrusca e Vita quotidiana degli Etruschi.

Le città-Stato etrusche

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Lo stesso argomento in dettaglio: Dodecapoli etrusca e Urbanistica etrusca.
Arco Etrusco di Perugia

Gli Etruschi erano organizzati in città-Stato indipendenti, legate fra loro da vincoli soprattutto religiosi e culturali, che la tradizione antica raccoglieva in una lega di dodici popoli; secondo Strabone la sua origine risaliva al mitico fondatore Tirreno.[13] L'elenco delle dodici città non è fissato dalle fonti antiche ed è in larga parte una ricostruzione convenzionale moderna; vi figurano di norma Caisra (Cerveteri), Clevsin (Chiusi), Tarchuna (Tarquinia), Vei(s) (Veio), Velch (Vulci), Vetluna (Vetulonia), Pupluna (Populonia), Velathri (Volterra), Velzna (Orvieto), Curtun (Cortona), Perusna (Perugia) e Aritim (Arezzo).

I primi abitati erano costituiti da capanne a pianta circolare, ovale o rettangolare, con tetto fortemente spiovente in materiali deperibili. Le grandi città storiche sorsero per lo più su pianori tufacei naturalmente difesi e in posizioni favorevoli al controllo del territorio e delle vie di comunicazione, terrestri e marittime.

A lungo si è ritenuto che la città etrusca nascesse dal tracciamento di due assi perpendicolari, un cardo nord-sud e un decumano est-ovest, e da un reticolo regolare di isolati, e che in questo gli Etruschi avessero addirittura anticipato di secoli l'urbanistica ortogonale greca di Ippodamo di Mileto. La ricerca archeologica ha però ridimensionato il quadro. La pianta ortogonale regolare non è la forma originaria né generale della città etrusca, ma un fenomeno circoscritto e relativamente tardo: il suo esempio più compiuto è la città padana di Kainua (Marzabotto), organizzata su un'ampia strada principale e su assi minori paralleli secondo uno schema che corrisponde al modello ippodameo e che si data al V secolo a.C., dunque contemporaneo o successivo a Ippodamo, non anteriore.[105] Le grandi città dell'Etruria propria, come Tarquinia, Cerveteri, Veio e Vulci, si formarono invece in modo organico e irregolare, per progressiva aggregazione, e gli studiosi avvertono che è rischioso ricostruire una storia urbanistica unitaria valida per tutta l'Etruria, date le profonde differenze fra le diverse aree.[105]

Ciò che i Romani riconobbero esplicitamente come di origine etrusca non fu un impianto urbano, ma il rito di fondazione: la delimitazione e l'orientamento dello spazio sacro della città mediante l'aratura di un solco e l'osservazione augurale del cielo, secondo le prescrizioni della disciplina etrusca. Lo stesso mito di Tagete, nato dalla terra arata a Tarquinia, era collegato a queste pratiche, che Varrone e Plutarco dicevano adottate da Roma sul modello etrusco.[106]

Le città erano difese da mura, costruite con grandi blocchi di pietra locale, in genere squadrati e disposti a secco; il marmo era pressoché ignoto, e per le strutture e gli apparati decorativi si ricorreva alla pietra del posto e alla terracotta. A partire dall'età tardo-arcaica le porte urbiche assunsero forme monumentali ad arco, talvolta ornate di rilievi nei punti di maggior risalto, come nella Porta all'Arco di Volterra.

Unità culturale e particolarismi regionali

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Il Tempio del Belvedere a Orvieto, V secolo a.C., città identificata dagli scavi come la sede del Fanum Voltumnae, il santuario federale degli Etruschi

L'immagine di un'Etruria politicamente unitaria è estranea alla documentazione antica. La ricostruzione delle strutture politiche etrusche va condotta con riferimento ai singoli contesti locali: le città erano entità politiche autonome, paragonabili alle poleis greche, ciascuna con un proprio sviluppo istituzionale.[107] La lega dei dodici popoli, espressione di una solidarietà etnica legata al nomen Etruscum, era una struttura stabile ma fluida, capace di integrare nel tempo centri emergenti al posto di quelli decaduti o conquistati; le sue assemblee (concilia Etruriae), riunite presso il Fanum Voltumnae, potevano deliberare interventi militari a sostegno di una singola città, ma la pratica religiosa vi occupava un posto centrale e le scelte politiche restavano prerogativa delle singole comunità, che condussero politiche anche divergenti.[108] Le identità civiche erano del resto ribadite da segni concreti, come le cinte murarie, che delimitavano lo spazio urbano, e, dall'inizio del V secolo a.C., le monetazioni cittadine, come quelle di Populonia e Vulci, che rafforzavano la coesione delle singole comunità politiche.[109]

Il particolarismo investe anche la scrittura. La documentazione epigrafica distingue due grandi aree scrittorie: in quella settentrionale (Etruria settentrionale e padana) il segno san indicava la sibilante /s/ e il sigma la sibilante palatale, mentre in quella meridionale (Etruria meridionale e campana) i valori dei due segni erano invertiti; Cerveteri e Veio fecero a lungo eccezione, rinunciando in un primo momento a ogni distinzione grafica. Le due aree si distinguevano anche nella notazione della velare sorda /k/, resa al nord con il semplice k di matrice greca e al sud con un